Nelle giornate limpide, oltre i tetti di Madrid puoi vedere la Sierra de Guadarrama. Oggi quelle montagne sembrano soltanto uno sfondo, ma sono la prima chiave per capire la città. Molto prima dei palazzi reali, dei grandi viali e delle insegne luminose della Gran Vía, questo era un punto da cui sorvegliare i passaggi verso nord e proteggere Toledo. Madrid, infatti, non sembrava destinata a diventare una capitale. Non aveva un porto, non controllava una grande rotta commerciale e non possedeva il prestigio religioso di Toledo né la ricchezza di Siviglia. Per secoli fu una città fra le altre. Poi, nel millecinquecentosessantuno, un re decise di fermarsi qui. E quando il re smise di viaggiare, la storia della città cambiò direzione. Per capire da dove venisse quella città bisogna tornare al nono secolo, quando la Spagna non esisteva ancora. Gran parte della penisola iberica apparteneva ad al-Andalus, mentre più a nord i regni cristiani cercavano di avanzare verso sud. Fra questi due mondi correva una frontiera instabile. L’emiro Muhammad primo fece costruire una piccola fortezza sulla riva sinistra del Manzanares, nel luogo dove oggi sorgono il Palazzo Reale e la Cattedrale dell’Almudena. Aveva bisogno di un avamposto che sorvegliasse i passi della Sierra de Guadarrama e proteggesse Toledo dagli attacchi provenienti da nord. Attorno alle mura crebbero case, botteghe e strade. L’insediamento venne chiamato Mayrit. L’origine del nome è ancora discussa, ma diverse interpretazioni lo collegano all’acqua, alle sorgenti e ai canali sotterranei utilizzati per raccoglierla e distribuirla. Quando passerai vicino alla Cuesta de la Vega, sarai nel nucleo da cui tutto è cominciato. Della città musulmana rimane poco in superficie, ma la sua posizione continua a raccontare la funzione originaria di Madrid: guardare verso la Sierra e controllare ciò che poteva arrivare da lì. Nel milleottantacinque Alfonso sesto di León e Castiglia conquistò Toledo e anche Madrid passò sotto il controllo cristiano. La città crebbe, ottenne privilegi e fu frequentata dai sovrani. Ma non era ancora speciale. C’è soprattutto una differenza rispetto alla capitale che conosci oggi: i re non avevano una sede stabile. La corte si muoveva. Con il sovrano viaggiavano consiglieri, funzionari, ambasciatori, servitori, documenti e denaro. Dove si trovava il re, lì si trovava il potere. Quando ripartiva, il potere ripartiva con lui. Per arrivare alla decisione che avrebbe trasformato Madrid bisogna seguire una famiglia. E questa storia comincia con una ragazza di diciotto anni che non intendeva lasciare agli altri la scelta del proprio futuro. Si chiamava Isabella di Castiglia. Il suo fratellastro, il re Enrico quarto, voleva decidere chi avrebbe dovuto sposare, perché il matrimonio di una principessa significava alleanze, eserciti e diritti sul trono. Isabella scelse invece Ferdinando d’Aragona. Nel millequattrocentosessantanove i due si sposarono a Valladolid senza il consenso del re. Quella decisione personale divenne immediatamente politica. Dopo la morte di Enrico, Isabella dovette affrontare una guerra per imporsi sul trono di Castiglia. Ferdinando divenne poi re d’Aragona. Castiglia e Aragona conservarono leggi e istituzioni proprie, ma furono governate dalla stessa coppia. Isabella e Ferdinando passarono alla storia come i Re Cattolici. Nel millequattrocentonovantadue conquistarono Granada, ultimo regno musulmano indipendente della penisola, e la Corona di Castiglia sostenne la spedizione di Cristoforo Colombo. Colombo cercava una via occidentale verso l’Asia. La sua spedizione aprì invece alla Castiglia un’immensa espansione oltreoceano. Eppure, mentre i domini della monarchia si allargavano, il potere continuava a viaggiare. La figlia di Isabella, Giovanna, sposò Filippo d’Asburgo. Da quel matrimonio nacque Carlo, nipote di Isabella, destinato a ereditare i regni spagnoli, vasti domini europei e territori oltreoceano. Fu Carlo primo in Spagna e Carlo quinto come imperatore. Quando abdicò, la monarchia spagnola passò al figlio Filippo secondo. È qui che Madrid entra davvero nella grande storia. Nel millecinquecentosessantuno Filippo secondo stabilì la corte in città. Non ci fu una proclamazione solenne e nessuno salì su un balcone per annunciare che Madrid era diventata la capitale. Accadde qualcosa di molto più concreto: il re arrivò e rimase. Quando il re smise di muoversi, tutti gli altri dovettero muoversi verso di lui. Arrivarono nobili, diplomatici, funzionari, soldati, religiosi, commercianti, artigiani e servitori. Arrivò chiunque avesse qualcosa da chiedere alla Corona e chi sperava che vivere vicino al potere significasse vivere vicino al denaro. Perché Filippo scelse proprio Madrid? Non esiste una risposta certa. La città era nel cuore della Castiglia, disponeva di acqua, possedeva già un Alcázar reale e non aveva istituzioni o aristocrazie abbastanza potenti da contrastare il sovrano. Filippo non scelse la città più gloriosa del regno, ma quella che poteva crescere intorno al suo potere. E Madrid crebbe talmente in fretta che trovare un alloggio diventò un problema. In base al diritto di alloggio della corte, alcuni proprietari dovevano mettere a disposizione una parte delle loro abitazioni per ospitare persone al servizio della Corona oppure versare un contributo. I madrileni risposero con ingegno. Comparvero le casas a la malicia, case costruite o modificate per sembrare più piccole di quanto fossero davvero. Immagina l’arrivo dell’ispettore. Dalla strada vede una facciata bassa, poche finestre e un tetto che sembra coprire appena qualche stanza. In realtà, dietro quella facciata possono nascondersi un altro piano, ambienti interni e spazi invisibili dall’esterno. Se la casa appare troppo piccola, diventa difficile obbligare il proprietario a ospitare qualcun altro. Quando attraverserai le strade intorno a Plaza Mayor, entrerai nella Madrid cresciuta sotto gli Asburgo: piazze scenografiche, conventi, palazzi e vie irregolari. La corte era ormai il motore della città. Nel milleseicentouno Filippo terzo la trasferì a Valladolid e Madrid perse rapidamente abitanti e affari. Cinque anni dopo la corte tornò. Questa volta sarebbe rimasta. La dinastia degli Asburgo terminò nel millesettecento con Carlo secondo, morto senza figli. La contesa per il trono provocò la Guerra di successione spagnola e portò al potere Filippo quinto, primo sovrano della dinastia borbonica. I Borbone ereditarono una capitale cresciuta troppo velocemente. Le strade erano spesso sporche e mal pavimentate, la rete fognaria insufficiente e rifiuti e acque sporche finivano ancora all’aperto. Madrid era il centro di una monarchia che aveva governato territori dall’Europa all’America, ma sotto casa aveva ancora seri problemi con la spazzatura. Nel millesettecentocinquantanove salì al trono Carlo terzo. Aveva governato per anni a Napoli e non sopportava la capitale così com’era. Non voleva renderla soltanto più elegante: voleva farla funzionare. Con tecnici come Francesco Sabatini intervenne sulla pulizia, sulle fognature, sulla pavimentazione e sull’illuminazione pubblica. Intanto Madrid si riempiva di viali, fontane, porte monumentali, giardini e luoghi dedicati alla scienza. Se percorrerai il Paseo del Prado o passerai davanti alla Puerta de Alcalá, vedrai ancora quel progetto. La città che cercava di liberarsi dal fango e dai cattivi odori voleva diventare una capitale dell’Illuminismo. In buona parte ci riuscì, e Carlo terzo lasciò un segno tanto profondo da essere ricordato come il miglior sindaco di Madrid. Pochi decenni più tardi arrivò Napoleone Bonaparte. E non entrò in Spagna presentandosi come un invasore. Nel milleottocentosette Francia e Spagna erano alleate. Il Trattato di Fontainebleau permise alle truppe francesi di attraversare il territorio spagnolo per attaccare il Portogallo, che continuava a mantenere rapporti con l’Inghilterra. Gli spagnoli aprirono le porte. I francesi entrarono. Poi continuarono ad arrivare. Invece di limitarsi al passaggio, occuparono città, fortezze e posizioni strategiche. Nel marzo del milleottocentootto il generale Murat entrò a Madrid. Mentre alcuni speravano che i francesi sostenessero Ferdinando settimo nella crisi della famiglia reale, Napoleone costrinse i Borbone a rinunciare al trono e scelse come nuovo re di Spagna suo fratello Giuseppe. La mattina del due maggio si diffuse la notizia che anche gli ultimi membri della famiglia reale presenti a Madrid stavano per essere portati via. La folla si raccolse davanti al palazzo e la rivolta dilagò per le strade. Non era un esercito contro un altro esercito. Erano cittadini armati alla meglio che affrontavano soldati addestrati. La repressione fu durissima e il giorno seguente molti prigionieri vennero fucilati. Anni dopo Francisco Goya dipinse quella violenza. Nel suo Tre maggio milleottocentootto non mise al centro generali vittoriosi o gesti eroici. Dipinse un uomo in camicia bianca, inginocchiato, con le braccia aperte. Davanti a lui ci sono i fucili. Dietro di lui altri uomini aspettano di morire. Se deciderai di entrare al Museo del Prado, potrai incontrare quello sguardo. In quel dipinto la storia di Madrid smette di essere una successione di re e diventa la paura di una persona che sa di avere davanti gli ultimi secondi della propria vita. L’Ottocento spagnolo fu attraversato da rivoluzioni, guerre civili e cambi di regime. Madrid continuò comunque a crescere. Arrivarono le ferrovie, nacquero nuovi quartieri e, all’inizio del Novecento, Madrid cominciò a trasformarsi in una moderna metropoli europea. La Gran Vía, con i suoi teatri, gli alberghi e i grandi edifici, nacque proprio da quell’ambizione. Poi arrivò il millenovecentotrentasei. In Spagna scoppiò la Guerra civile. Le forze ribelli guidate da Francisco Franco avanzarono verso Madrid pensando di poter conquistare rapidamente la capitale. Non ci riuscirono. Per quasi tre anni la città visse con la guerra dentro casa. Il fronte raggiunse la Città Universitaria. I bombardamenti colpirono i quartieri, il cibo scarseggiò e migliaia di persone cercarono riparo sotto terra. Madrid cadde nel marzo del millenovecentotrentanove e la vittoria di Franco aprì una dittatura destinata a durare quasi quarant’anni. Madrid tornò a essere il centro del potere sotto un regime fondato sulla censura, sulla repressione politica e sul controllo della vita pubblica. Franco morì nel millenovecentosettantacinque e la Spagna avviò la transizione verso la democrazia. Una generazione cresciuta in un Paese dove molte cose non potevano essere dette, mostrate o fatte scoprì improvvisamente uno spazio di libertà che prima non aveva. Madrid esplose. Questa volta di musica, cinema, moda e notti che finivano quando era già mattina. Fu la Movida madrileña. Musicisti, artisti e registi trasformarono la città; Pedro Almodóvar vi girò i suoi primi film. Non fu una favola: insieme alla creatività ci furono eccessi e autodistruzione. Ma quella generazione sembrava avere una certezza. Dopo tanti anni trascorsi a chiedere permesso, non voleva più farlo. Quando passerai per Malasaña, dietro i locali e le strade affollate di oggi troverai anche quella liberazione. Madrid procede per strati, senza cancellare completamente quelli precedenti. Sotto la capitale moderna c’è ancora Mayrit. Dietro le piazze degli Asburgo c’è Filippo secondo che decide di fermare la corte. Dietro le notti della Movida ci sono quasi quarant’anni in cui quella libertà non esisteva. E quando, fra un edificio e l’altro, tornerai a scorgere la Sierra de Guadarrama, ricordati della piccola fortezza costruita per sorvegliare quei passi. Madrid non era destinata a diventare capitale. Fu un re a scegliere di fermarsi qui. Da quel momento, ogni epoca ha costretto la città a diventare qualcosa che prima non era.
